CORRIERE DELLA SERA
12 luglio 2006
by Accattoli Luigi

«HO IMPARATO A CERCARE LA VERITÀ E A CREDERE NELLA RAGIONE»
L’ addio dopo 22 anni. «Rimpianti? Poco tempo per leggere e per la vita privata»l’ Intervista

CITTÀ DEL VATICANO – «Il Santo Padre mi aveva confermato personalmente nell’ incarico e per un anno e qualcosa sono restato, ma c’ erano tutti gli anni precedenti e ho reiterato la mia disponibilità a lasciare. Nel suo insieme, si tratta di un periodo che copre 22 anni: sono consapevole della eccezionalità di un tempo così lungo in questo posto». Così Joaquin Navarro-Valls commenta la sua uscita di scena e assicura che resterà a Roma, che considera ormai la «sua» città. Resta a Roma perché mira a un altro incarico vaticano? «No, non miro a un altro incarico così come non avevo prima mirato a questo che lascio. Progetti ci sono, ma non è arrivato ancora il momento della decisione». Fare il portavoce di due papi tanto diversi non sarà stato uno scherzo… «Scherzo per niente. Anzi è stata una cosa molto seria. Ho vissuto questi anni con la consapevolezza che vedevo da vicino la storia dell’ umanità mentre si faceva; e si faceva spesso con l’ impulso decisivo di questi due papi. Non soltanto la storia storiografica, ma quella storia umana che inizia con la nascita di una nuova luce etica, che poi si sviluppa e diventa scelta di vita in molte persone, in ogni emisfero. In questo processo naturalmente ha avuto gran parte il flusso dell’ opinione pubblica». Non sarà che lei ha provato a continuare il suo lavoro con il nuovo papa, ma ha dovuto mollare perché non aveva abbastanza da raccontare? «È esattamente il contrario. La sfida di raccontare il pontificato di Benedetto XVI in questa prima parte del secolo XXI è tale da far rabbrividire. Un papa che ama le donne e gli uomini di questa tarda modernità ma che tiene particolare conto delle loro intelligenze, delle loro capacità di capire. Per questo si azzarda a pensare insieme con loro e per loro. La ricchezza che si trova nelle sue parole è affascinante». Lascia il posto a un religioso: non è un regresso per l’ immagine vaticana nel mondo? «Penso che il nome di questo lavoro sia solo uno: professionalità. Se questa viene onorata, in poco tempo si capisce che è indifferente lo stato civile: uomo o donna, laico o prete. Il mondo dell’ informazione ha idee precise su quanto chiede alla Santa Sede: vuol sapere che cosa si fa qui, e perché si fa. Soprattutto il perché di quello che si fa. Il resto viene da sé». È stata più dura la sua avventura di laico in un mondo di preti, o quella di giornalista tra i curiali? «Scherzando potrei dire: al 50 per cento! Ma non sarei del tutto giusto. Le difficoltà in questo ambiente non differiscono molto da quelle di qualsiasi altra comunità lavorativa. Nelle interazione umane sono inevitabili i confronti di punti di vista differenti. Ma è questo che migliora le proprie idee e perfino il proprio carattere». Lavorare con i papi aiuta a credere in Dio? «Esiste la possibilità di morire di sete accanto a un lago di acqua dolce, se manca lo sforzo per andare a prenderla. Lavorare con persone come Giovanni Paolo II o Benedetto XVI comincia a incidere nella propria biografia quando diventa interrogativo proprio, sfida etica personale. Guardarlo e raccontarlo può bastare al giornalista che chiede informazione. Ma non a chi la fornisce, se quello che offre ad altri passa attraverso le proprie ossa senza lasciare traccia». Che ha imparato da Giovanni Paolo II? «A essere obiettivo, cioè a cercare la verità delle cose e delle persone indipendentemente da come appaiono al primo sguardo». E da Benedetto XVI? «Ad avere fiducia nella ragione, vale a dire a imparare a pensare». E che ha imparato di tutti e due insieme? «A essere convinto che l’ essere umano vale di più ed è molto di più di quello che lui stesso pensa di sé; e a pregare con enorme ambizione e tenacia perché se ne renda conto». Rimpianti in questi anni? «Forse di non aver avuto un poco di tempo per leggere e per la vita privata». Che farà adesso? «Anche se non esclusivamente, almeno all’ inizio cercherò di esaudire quei due piccoli rimpianti». Il medico dell’ Opus Dei che ha rivoluzionato la sala stampa *** IN SPAGNA Joaquin Navarro-Valls è nato a Cartagena, in Spagna, il 16 novembre 1936. Dopo il diploma superiore alla Deutsche Schule di Cartagena, gli studi in medicina negli atenei di Granada e Barcellona e quelli in giornalismo all’ università di Navarra. Dopo le due lauree (nel 1961 e nel 1968), la specializzazione ad Harvard e l’ inizio della carriera come corrispondente straniero per testate spagnole IN ITALIA Nel 1977 è a Roma, come corrispondente del quotidiano di Madrid Abc. Lascerà il posto solo nel 1984, per diventare direttore della sala stampa vaticana. Navarro-Valls è membro laico dell’ Opus Dei: la sua adesione risale al 1970-75, quando visse nella «casa madre» della prelatura, insieme con il fondatore, san Escrivà de Balaguer. Un anno fa, Benedetto XVI lo aveva confermato nell’ incarico.