PANORAMA
9 novembre 2006

I MIEI PROGETTI PER IL FUTURO

Sarà docente di antropologia, editorialista e commentatore. Terrà conferenze e si dedicherà allo sport. Il giornalista che ha rivoluzionato la comunicazione della Chiesa si racconta. Dando anche qualche consiglio a Benedetto XVI.

Il riposo del «torero» sta per finire. Il giornalista che ha sfidato i media di tutto il mondo, rivoluzionando la comunicazione della Chiesa, si appresta a scendere di nuovo in campo. Ancora una volta per stupire. Là dove nessuno lo attende: docente di antropologia alla facoltà di medicina nel Campus biomedico dell’Opus Dei, senza abbandonare il giornalismo, come editorialista e commentatore di fatti vaticani e di politica internazionale. Per il momento nessun libro di memorie, sebbene diverse case editrici gli abbiano offerto assegni in bianco pur di avere l’esclusiva.
A pochi giorni dal suo settantesimo compleanno (il 16 novembre prossimo) Joaquín Navarro-Valls svela a Panorama i suoi progetti e racconta come ha trascorso i primi quattro mesi lontano dalla Sala stampa della Santa Sede, che ha diretto per oltre vent’anni. Poche settimane dopo aver lasciato il testimone a padre Federico Lombardi è scoppiato il caso del discorso di Benedetto XVI a Ratisbona.
Il telefono di Navarro ha ripreso a suonare e la casella di posta elettronica si è riempita di messaggi come ai tempi in cui era l’addetto stampa più invidiato del mondo: «Se fossi rimasto, forse tutto questo non sarebbe accaduto» gli hanno scritto con un pizzico di malizia. Ma lui, fedele al suo personaggio, l’hidalgo elegante e riservato, pubblicamente non ha fatto commenti, per non mettere in difficoltà il successore.
Oggi però non si sottrae ad analizzare il rapporto di Ratzinger con i media e a dare persino qualche consiglio ai colleghi rimasti a seguire il Papa. Nel frattempo, oltre a ritirare premi e tenere conferenze, coltiva le passioni sportive, tennis e kayak, e conserva il suo posto nel comitato etico della Geox, l’azienda di calzature fondata da Mario Moretti Polegato. A corteggiarlo c’è anche Andrea Ceccherini, presidente dell’Osservatorio permanente Giovani-Editori, che lo vorrebbe alla prossima edizione del convegno «Crescere tra le righe», in programma a Bagnaia a maggio 2007.

Quali sono le attività che l’hanno impegnata di più in questi mesi?
Ho dedicato tempo alla lettura di alcuni dei libri che avevo accumulato in questi anni, quando non ero padrone del mio tempo per leggere. Anche passeggiare in solitudine. E mettere ordine in piccole questioni personali che si lasciano sempre per «quando ci sarà il tempo». Naturalmente anche per avere delle ottime conversazioni con amici.

Cosa le manca di più del suo lavoro?
Manca quel lavoro stesso. Però si tratta di una mancanza preventivata, direi anche desiderata, che mi permette di riflettere su cose, persone, avvenimenti. Quindi non è una mancanza che si riempie con il vuoto, ma una mancanza attiva, che è piena di consistenza e di attività.

Come ha vissuto le polemiche seguite al discorso di Benedetto XVI a Ratisbona?
Con tristezza, ma senza esagerazione. Era un testo magnifico che qualche agenzia e la stessa Al Jazeera trasmettevano con un «framing» sbagliato e scorretto quando neanche il Papa aveva finito di pronunciarlo. Nessuno dei presenti, tra cui alcuni islamici, nell’aula dell’Università di Ratisbona aveva interpretato quella lezione nel modo in cui poi è stata presentata. Due leader politici del mondo musulmano hanno fatto in quei giorni commenti intolleranti, ma era ovvio che fossero per il consumo interno: tutti e due avevano difficoltà col settore più radicale islamico.
Qualche giorno dopo ho ricevuto la telefonata di un leader mediorientale di rilievo internazionale che mi diceva di avere letto il testo e di considerarlo come una base fondamentale per una nuova impostazione del dialogo interreligioso. E mi chiedeva di trasmettere al Papa questa sua valutazione. Cosa che ho fatto.

Le parole del Papa sono state strumentalizzate?
Più che strumentalizzate, usate disonestamente per finalità proprie. Gli accademici hanno frequentemente esperienze di questo tipo: qualcuno isola una citazione dei loro testi per elaborare una teoria personale che nulla ha a che vedere con il pensiero originale dell’autore. Direi che è una di quelle esperienze che hanno tutti gli intellettuali. Bastava rileggere quanto sull’Islam aveva scritto in più di vent’anni il cardinale Joseph Ratzinger per confermare l’assurdità di un’interpretazione come quella che si voleva far passare per autentica.

C’è un problema di comunicazione con i media?
Sì, ci sono stati diversi problemi da diverse parti, anche con i media, ma non soltanto con essi.

Il Papa ha bisogno di un portavoce o è sufficiente un direttore della Sala stampa vaticana?
Non è un tema sul quale vorrei esprimermi adesso, dopo la mia esperienza di tanti anni in ambedue i campi.

Diminuisce l’attenzione dei media sull’attuale Pontefice, rispetto al predecessore?
Formalmente l’episodio di Ratisbona sta più a dimostrare il contrario. Certo, la ricchezza concettuale di Benedetto XVI va oltre i gesti che compie. Con i gesti è più facile comunicare, mentre i suoi discorsi vanno letti nella loro completezza. Capisco che una semplificazione di tali testi è sempre possibile, ma questo, più che un rischio per il Papa, è un rischio per i media che devono trasmettere il suo messaggio.

Quali progetti ha per il futuro?
Valuto in questi giorni la doppia dimensione della mia formazione personale, che inevitabilmente oscilla tra una possibile attività accademica in rapporto alla medicina e un’attività legata alla comunicazione e quindi alla pubblicistica.

Editorialista del «Corsera» o del «Tg1»?
Non necessariamente con questi due media che lei menziona.

È vero che la Rizzoli e la Mondadori le hanno proposto di scrivere un libro di memorie?
Se lei aggiunge anche la Random House e qualche altra casa editrice internazionale risponderei affermativamente. Ma vorrei lasciar passare qualche tempo in più. Chiudermi adesso un anno e mezzo per scrivere un libro che possa coprire 22 anni della mia vita non mi affascina immediatamente. Forse più avanti, quando crescerà il senso della prospettiva e quello che si potrà scrivere acquisirà più rilievo.

Ha partecipato a numerose conferenze delle Nazioni Unite e ha trattato con Fidel Castro per preparare il viaggio del Papa a Cuba. Si è parlato perciò anche di un suo possibile ingresso in diplomazia. Sarebbe disponibile?
No, non sarei disponibile.

E l’insegnamento? Si parlava dell’Università della Murcia? O del Campus biomedico a Roma?
È qualcosa di molto suggestivo. L’attività accademica mi ha sempre attirato, da quando ero professore aiutante nella facoltà di medicina, tanti anni fa. Ma anche qui dovrei risolvere l’ambivalenza tra l’area delle scienze della comunicazione oppure della medicina. Forse la cosa che mi attira di più in questo momento sarebbe lavorare nell’area dell’antropologia, magari in una facoltà di medicina. Proprio in questi giorni penso seriamente a questa eventualità che mi è stata offerta.