LA STAMPA
3 dicembre 2006

“L’OCCIDENTE NON CERCA LA VERITÀ”
Joaquín Navarro-Valls, sono passati più di quattro mesi da quando ha lasciato la sala stampa del Vaticano. Com’è la sua nuova vita senza il Papa? “Tanto per cominciare, dopo ventidue anni, ho ritrovato una dimensione privata. Ammetto che mi mancava moltissimo. Poi ho ripreso a scrivere e continuo le mie attività accademiche. Studio e insegno antropologia al Campus Biomedico di Roma. E leggo molto”. Il suo successore, padre Lombardi, ha uno stile molto diverso dal suo. Avete avuto occasione di discutere? “Abbiamo parlato un po’ prima che terminassi il mio incarico”. Pensa che il lavoro di Lombardi con Benedetto XVI sia più difficile rispetto al suo, con Giovanni Paolo II? “Ogni individuo ha il suo particolare modo di comunicare. Soltanto personalità prefabbricate possono esprimersi in toni uguali, quindi è difficile fare paragoni. Papa Ratzinger ha una grande capacità di farsi comprendere: anche i concetti più complessi li espone con una forza e un’eleganza che non possono non convincere. Ascoltarlo è affascinante”. Come spiega allora le polemiche nate dalle dichiarazioni di Benedetto XVI a Ratisbona. Le sue parole hanno fatto sollevare mezzo mondo musulmano. “E’ un tipico esempio di strumentalizzazione. Il Papa non aveva ancora finito di parlare che alcune agenzie di stampa e Al Jazeera prendevano già una citazione fuori dal contesto in cui era stata esposta, per creare un caso. Basta pensare che, in quei giorni, ho ricevuto la telefonata di un leader politico non cristiano di statura mondiale: mi chiedeva di trasmettere al Papa il suo apprezzamento. Quel testo, a suo avviso, poneva le nuove basi per un vero dialogo tra le religioni in genere e con l’Islam in particolare”. Questo genere di manipolazione della verità da parte dei mezzi di comunicazione non è così infrequente, no? “Se pensassi il contrario, sarei l’unico al mondo. Oggi un po’ tutti abbiamo abbandonato l’idea che questo genere di comunicazione sia perfetta. Il problema è che gli stessi difetti si trovani anche quando si cercano canali differenti, anche nel mondo dei “blog” per esempio. I limiti stanno dentro le persone, non soltanto negli strumenti che usano per esprimersi”. E la Chiesa Cattolica, oggi, che difficoltà incontra quando tenta di comunicare il suo messaggio? “Dipende dall’area in cui si trova. In quella parte di mondo che chiamiamo Occidente, piccola anche se molto influente, il problema è la dissoluzione dell’identità dell’uomo. Naturalmente in questo processo naufraga anche la razionalità e, con questa, il bisogno di verità. Qui la sfida è la ricostruzione dell’essere umano. In altre parti del mondo, la difficoltà maggiore è invece l’invasione di concezioni mitiche a scapito di un sano rapporto con il reale”. Dopo la fine del suo incarico in Vaticano il suo legame con la Chiesa e, in particolare l’Opus Dei, non è venuto meno. Che cosa significa per lei questo impegno oggi? “L’Opus Dei è uno dei diversi modi di stare nella Chiesa e nel mondo. Le strade sono tante quanti sono i credenti”. Da credente che cosa pensa della condanna a morte di Saddam Hussein? “Non conosco la legislazione irachena e non ho seguito il processo nei particolari, quindi sarebbe presuntuoso da parte mia dare un giudizio giuridico. Riguardo alla pena di morte in generale direi che mi sembra eticamente pensabile soltanto nel contesto della legittima difesa, quando non esiste altro modo per difendersi. Se ci sono altri mezzi con cui tutelarsi, come la reclusione, la pena di morte diventa una punizione inumana che sfugge a qualsiasi diritto”. Ha detto che dedica molto tempo ai libri. Che cosa sta leggendo, ora? “”Search of Memory”, uno studio del premio Nobel Eric R. Kandel sulle basi biochimiche della ragione,della memoria e dell’individualità”. A proposito di scienza, pensa che in materia di bioetica la Chiesa potrà mutare alcuni punti di vista avvicinandosi al mondo laico? “Sia la Chiesa sia il mondo laico devono riflettere tanto sui principi etici come sul dato sperimentale. Quando manca una adeguata considerazione di uno dei due fattori ci impantaniamo nell’anarchia, scientifica o morale. Forse se si considerassero con maggiore serietà entrambi i fattori, anche il mondo laico si troverebbe più vicino ad alcune posizioni della Chiesa”. Lei è un laico che però ha vissuto immerso nella fede per molti anni. Che cosa ci vuole per credere, oggi? “La fede si “riceve” e l’uomo di oggi è stato allenato dalla cultura dominante a fare, a produrre. Forse è per questo che facciamo così fatica a credere. La fede, come l’amore – anche quello umano – è un dono che non si può “fare” da soli, senza l’aiuto dell’altro. Non che la strada della fede sia la completa passività. Diciamo che bisogna saper attendere attivamente, permettere che ci venga data”.